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13/05/2021
Gianfranco Ferroni (1927-2001): in autunno una mostra per celebrare il maestro nel ventennale della morte. Un progetto di Fondazione UBI BPB con l'Archivio Ferroni e l'Università degli studi di Bergamo

Bergamo, 12 maggio 2021 – A vent’anni dalla morte, torna nella sua Bergamo d’adozione il pittore toscano Gianfranco Ferroni. Fondazione UBI Banca Popolare di Bergamo, in collaborazione con l’Archivio Gianfranco Ferroni e l’Università degli studi di Bergamo presentano il progetto espositivo “La durata della memoria”, che riunisce circa 30 opere del maestro scelte dai depositi dell'Archivio oggi impegnato nella catalogazione generale dell'opera pittorica.

La mostra, che sarà allestita il prossimo autunno presso gli spazi espositivi di Palazzo Bassi-Rathgeb, una delle sedi istituzionali dell’Università degli studi di Bergamo, intende presentare un focus sulla ricerca di Gianfranco Ferroni degli anni Settanta. Dal 1975, dopo alcuni anni di isolamento a Viareggio, Ferroni comincia a esporre i suoi lavori in Italia e all’estero, riscuotendo interesse nella critica e nel pubblico. Sono gli anni dell’“ostinato uso della matita”, come li ha definiti Vittorio Sgarbi: Ferroni è “incisore per intima vocazione e trasforma ogni foglio in una lastra”. Tutto è scarno e disadorno, evocativo di un’infinita solitudine.

Il progetto scientifico della mostra contempla la pubblicazione di un catalogo con testi inediti dei curatori e di Antonio Natali, oltre a una sezione antologica con testi storici, da Testori a Mascherpa, da De Micheli a Valsecchi a Sgarbi. A corollario dell’esposizione, un allestimento completo di apparati didattici arricchito da un calendario di visite guidate, oltre ad alcuni incontri virtuali sui canali social dell'Università con ospiti sensibili alla poetica dell'artista.

Armando Santus, Presidente della Fondazione UBI Banca Popolare di Bergamo: “Siamo lieti di contribuire a rendere omaggio al maestro Ferroni, figlio anche della nostra Bergamo. Ferroni, che pure è mancato vent’anni fa, è uomo e artista del nostro tempo, che sa parlare ad ognuno di noi. Credo che le stanze vuote da lui ritratte, i semplici oggetti della quotidianità siano i nostri. E quella desolazione e solitudine sono in grado di comunicare molto, soprattutto nel tempo che ci siamo ritrovati a vivere e che stiamo ancora vivendo”.

Arialdo Ceribelli, studioso, collezionista ed esperto conoscitore della grafica originale e in generale dell'arte figurativa del Novecento, curatore dell’Archivio Gianfranco Ferroni: “Il titolo della mostra è ispirato alle parole del grande critico Luigi Carluccio. Dipinti, disegni e incisioni a confronto, mostreranno la tecnica straordinaria del maestro, declinata nei vari linguaggi. Due opere di grandi dimensioni, pensate per la prima sala del percorso e per l'ultima, stenderanno lacci ideali con le stagioni precedenti alla reclusione della maturità, ancora segnate dalla denunzia, dalla militanza febbrile e dall'inquietudine”.

Fulvio Adobati, Prorettore ai rapporti con Enti e Istituzioni del territorio, Università degli studi di Bergamo: “Abbiamo voluto collaborare alla mostra dedicata a Gianfranco Ferroni perché la sua arte è assolutamente dinamica, costruita su diversi linguaggi espressivi e su categorie opposte – spirito e materia, interiorità e figura, tradizione e sperimentazione – capaci di smuovere l’osservatore, ogni volta in maniera differente e ogni volta interpellandolo con nuovi quesiti. Ospitare questo progetto espositivo è anche un modo per rinnovare le connessioni di quel polo, tanto ideale quanto concreto, che l’Università di Bergamo intende abitare insieme a tutti i rappresentanti del territorio: un polo che, forte delle sue collaborazioni e sinergie, può promuovere sempre più la potenza dell'arte e la bellezza della cultura.” 

Chiara Gatti, storica e critica dell’arte: “Gli anni Settanta rappresentano per Ferroni gli anni della svolta. La militanza, l'ostinazione, la denuncia, la ferita, vengono suturate da una nuova dimensione della sua ricerca, silenziosa e tragica allo stesso tempo. Sono gli anni delle stanze, dei pavimenti e dei muri sbrecciati, architetture minime, luoghi conclusi dove la sospensione, la polvere, l'attesa vibrano sullo sfondo dei suoi altari laici, delle nature morte attraversate da una luce sacra, epifanie che la pittura restituisce nei passaggi chirurgici fra le gradazioni dei toni. Lo studio degli oggetti è tuttavia un pretesto per calibrare la composizione in un equilibrio complesso di elementi. Le fotografie, i disegni persino le incisioni mostrano le tappe di processo creativo che mira a trasporre in pittura l'analisi, la gabbia, l'ossatura di una visione. Le scene immobilizzate come fotogrammi di una pellicola cinematografica in movimento dimostrano l'ossessione per la regia di ogni inquadratura dove l'angolo ottico o il punto di visuale si alza e si abbassa sulla linea di un perimetro fisico, sullo zoccolo di una parete. Importante è restituire oggi la figura di Ferroni a un clima di ricerca internazionale che, negli stessi anni, pensando per esempio all'americano Richard Estes, scandagliava le possibilità della pittura di osservare il reale col filtro della mente, giocando sulla percezione, l'inganno, l'invisibile.  

Antonio Natali, storico dell’arte, già direttore della Galleria degli Uffizi di Firenze: “La virtù distintiva dei grandi (non solo artisti) è la tenuta morale, la capacità cioè d’attenersi fedelmente alla propria disposizione ideologica in ogni frangente della vita, pur nel variare dell’espressione. La quale può rimanere stabile e inalterata per tutta la durata di un’attività creativa (Giorgio Morandi n’è l’esempio più alto), ma può anche essere mutevole, e dimolto; e Gianfranco Ferroni n’è uno degli esempi più lirici. Il suo linguaggio fu toccato ora da un espressionismo acre, ora dall’informale, ora dall’aspirazione a una ripresa veridica della realtà, trasfigurata tuttavia da una contemplazione sospesa. Come dire: dalla tragica istantanea dell’Autoritratto dipinto nel 1968 (che fortemente volli agli Uffizi e che grazie alla generosità di Arialdo Ceribelli poté accedervi), alle silenziose solitudini d’interni domestici umili e spogli, struggenti come lacerti di odi antiche”.